29 marzo, 2021

MANIFESTO: REALIZZIAMO LA REPUBBLICA!

"Il mio animo era pieno di inquietudine ma era il momento di agire. Salpai da Atene diretto a Siracusa, perché mi vergognavo moltissimo di poter apparire di fronte a me stesso come un uomo capace solo di parole".

Platone


MANIFESTO DELLA REPUBBLICA


L'idea di realizzare la Repubblica di Platone non rappresenta assolutamente una utopia; essa si paleserebbe come tale solo nella misura in cui si pretendesse di adattarla d'un colpo ad un popolo storicamente determinato, costituito, nella stragrande maggioranza, da individui non preparati ad accogliere il concetto fondamentale che ne è alla base, ovvero quello che il Bene di un uomo, e della comunità di cui fa parte, coincide con la Conoscenza. Si commetterebbe un errore logico nel tentare di imporre ad un popolo un criterio di vita, sebbene il più Nobile e Giusto, in cui non può riconoscersi affatto, sviato com'è da una millenaria visione del mondo che rappresenta l'esatto opposto di quella che, secondo l'ideale platonico, dovrebbe appartenergli per Natura. Sarebbe come se un individuo intendesse creare un circolo scacchistico con l'illusione di rendere un servigio ad un gruppo di cento individui dei quali novantacinque fossero abituati a giocare solo a nascondino. L'idea ludica ed educativa dietro quel tentativo si tradurrebbe nel suo opposto, ovvero in un circolo vizioso di tortura e depressione. Ed un errore del genere fu perpetrato proprio dallo stesso Platone quando, in verità più spinto dal desiderio altrui che da una propria convinzione, cercò di attuare in parte la sua Idea nella città di Siracusa, con l'inevitabile fallimento dell'operazione. La volontà di realizzare lo Stato Ideale, dunque, ha un senso, ma a patto che essa prenda corpo da uomini che abbiano compreso il significato più Alto del loro vivere. E coloro che intendessero dare del pazzo a chiunque credesse in questa impresa, è bene che sappiano che finirebbero per affibbiare quell'attributo anche e soprattutto al grande Platone, considerato che di quell'idea di stato egli fu l'artefice. E l'offesa nei confronti del grande filosofo, nel rimarcare la presunta assurdità della sua concezione, sarebbe invero ancor più grave se si considerasse che l'uomo, nel corso della sua storia, è stato bellamente capace di mettere in pratica l'ideale politico più abominevole che potesse mai concepire, ovvero il nazismo, portandolo pure avanti per un buon numero di decenni. In tal caso, infatti, l'intelletto e lo spirito del discepolo di Socrate verrebbero considerati inferiori a quelli di individui dalla natura enormemente perversa ed abominevole; in sostanza il nome di Platone verrebbe posto al di sotto di quello di Adolf Hitler. E se si obiettasse che l'uomo, tra le due estreme tendenze del Bene e del male, ha la capacità di realizzare solo la seconda, si arrecherebbe grave offesa non solo a Platone ma all'intero genere umano. E si commetterebbe innanzitutto oltraggio verso Dio, della cui Volontà l'uomo rappresenta la massima espressione. Realizzare la Repubblica di Platone, dunque, non è solo un semplice diritto che gli uomini possono intendere di esercitare, ma rappresenta soprattutto un loro dovere di fronte a Dio e al Mondo, ovvero allo loro stessa Natura. Si potrebbero muovere, invero, obiezioni più serie all'idea platonica che la Ragione rappresenti il fine ultimo della natura umana e che conseguentemente la vita più adatta all'indole di un uomo, in quanto essere cosciente, sia quella improntata alla Ricerca, come espresso dallo stesso Platone in quel suo motto che recita: "Una vita senza ricerca non è degna per l'uomo di essere vissuta". La prima, e più immediata, di queste obiezioni consisterebbe nel sottolineare come non sia affatto scontato che la razionalità rappresenti l'elemento primigenio della natura umana, passando in rassegna millenni di storia che sembrerebbero testimoniare proprio l'opposto, o quantomeno rivelare una sorta di compromesso tra l'istintualità e la razionalità, con la prima che appare oltretutto coincidere con l'essere uomini e la seconda come una risposta necessaria, una compensazione rispetto alla piena del fiume degli istinti. In tale ottica, peraltro, la Ragione neanche esisterebbe di per sé, palesandosi semplicemente come il risultato di un equilibrio dinamico. Ci troveremmo di fronte, in termini filosofici, ad un a priori (l'istintualità) e ad un a posteriori (la razionalità). A supporto di questa ipotesi sembrerebbero esserci i fondamenti della Psicanalisi, attraverso cui Sigmund Freud svela quel grande arcano che si cela dietro le azioni perverse degli uomini, dalle più elementari fobie, alle più abominevoli perversioni. E in misura ancora maggiore la variante offerta dal suo discepolo Jung, che vede nell'inconscio il terreno eterno in cui sarebbero impiantati tutti gli archetipi sui quali l'uomo inconsapevolmente modellerebbe ogni sua espressione individuale e sociale. E' anche vero che Jung, proprio perché fonda la sua teoria sull'esistenza di archetipi (modelli) sostanzialmente invariabili, si avvicina, suo malgrado, a concezioni filosofico-razionalistiche, come quella di Leibnitz, che vedono un certo "innatismo" nel pensare dell'uomo. Comunque sia, la Ragione, in tutte queste concezioni, appare solo un compromesso, un derivato, un equilibrio dinamico all'interno di una istintualità dominante; nella migliore delle ipotesi, per usare un termine caro a Freud, un atto di sublimazione. Un'altra obiezione, questa volta più di natura sociologica che psicologica, e proprio per questo più onnicomprensiva dell'agire e del pensare umano, e che si può genericamente far coincidere con la concezione marxista della storia, è quella di considerare ogni ideale, compreso quello di Platone, come conseguenza di complesse dinamiche materiali, derivando ogni concezione che l'uomo fa della società, del mondo e di se stesso da quei rapporti che egli instaura interfacciandosi col complesso sociale, da un lato, e con l'ambiente naturale, dall'altro, fino al punto da sovrastrutturare, da concettualizzare, per mera necessità, quelle complesse dinamiche produttive in cui è immerso. La differenza sostanziale - e a vantaggio di Marx rispetto a Platone - tra il materialismo storico e la concezione del mondo insita ne "La Repubblica", consisterebbe nel fatto che, per certi versi, il marxismo, svelando l'arcano economico che si cela dietro le idee che gli uomini si fanno della società e di se stessi, spiegherebbe anche la vera matrice concettuale insita nell'idea sociale prospettata da Platone, individuandone sia le ragioni materiali sia quegli stessi limiti d'applicazione che vi sono stati ravvisati. In sostanza Marx ingloberebbe Platone alla stregua di come lo Spirito di Hegel ingloba e giustifica ogni agire umano. Sono evidenti gli elementi evoluzionistici - ai limiti della biologia - e meccanicistici insiti in questa idea del divenire del Pensiero, ridotto a mera espressione di dinamiche sociali alle quali sarebbe improntato, incatenando inevitabilmente la libertà d'espressione e dell'agire umano a schemi socialmente precostituitisi, riducendo, quasi a mera necessità, la libertà stessa. Anche qui, come nel caso della Psicoanalisi, sebbene questa volta sul piano sociologico, si vede una Ragione rappresentare non tanto un qualcosa di autenticamente autonomo quanto piuttosto un atto di compensazione dinamica, di compromesso tra ciò che l'uomo sarebbe per natura, un essere legato indissolubilmente a bisogni biologici, e l'espressione degli stessi nel manifestarsi e nel reciproco rapportarsi. Come si vede non ci si è poi così tanto allontanati da Hobbes, si è solo resa la questione più complessa, più evoluzionistica e persino più circolare. Non a caso è ancora ed ampiamente aperto il dibattito sulla reale natura del marxismo, ovvero se esso rappresenti un affrancarsi dalla concezione dialettica hegeliana, una prometeica liberazione dell'individuo dall'Olimpo dello spirito hegeliano attraverso il fuoco della consapevolezza del proprio ruolo nel mondo, o invece una nuova catena dialettica sotto mentite spoglie. Le orribili perversioni in cui i vari tentativi di realizzare la società comunista si sono risolti, testimonierebbe in quest'ultimo senso. La verità - e qui si viene al fulcro della questione - è che bisogna partire da un presupposto del tutto antitetico rispetto a quello abitualmente prospettato nel rapportarsi dell'uomo alla Natura, o, per dirla in termini filosofici, dell'uomo all'Essere. Il presupposto secondo cui l'uomo è emerso, nella lunga catena degli eventi dell'Universo, come un "salto quantico", mutuando un'espressione dalla fisica. Non gli istinti, che pur gli appartengono, ma proprio la Ragione, ovvero la coscienza, rappresenta la base del suo rapportarsi con le cose e con i suoi simili. Quella compensazione dinamica, che pure ha una sua veridicità, è solo la conseguenza della predisposizione dell'uomo al ragionare, al discernere, e non la causa necessitante dell'ideare. Come mirabilmente intuito da Kant, sulla scia di Cartesio, l'io rappresenta un qualcosa di irriducibile, una "cosa in sé" che non può essere oggettivata in nessun modo, nel senso di poter essere prospettata e colta nella sua essenza all'interno dei rapporti tra l'uomo e le cose. Quella irriducibile natura è negli uomini come essenza ed è alla base dei rapporti in cui egli si manifesta interfacciandosi con le cose e con gli altri, e non è mai uno degli elementi di quel rapportarsi o il rapportarsi stesso; per dirla alla Kierkegaard, essa è quel "rapporto che si rapporta a se stesso". L'uomo, in sostanza, è un essere primigenio, pur essendo cronologicamente l'ultimo anello della catena evolutiva; la Ragione rappresenta un inizio, un big bang, proprio quel "salto quantico" ricordato prima. Partendo da questo presupposto, senza il quale occuparsi di Platone, e non solo della sua concezione statale, rappresenterebbe un esercizio del tutto fatuo, appare evidente come, al netto dei suoi inevitabili limiti storici e materiali, l'Idea platonica della società è inevitabilmente superiore a qualsivoglia concezione materialistica della politica, imperniata com'è sull'autonomia, sul primato e sulla primigenità della Ragione e sulla conseguente irriducibilità della libertà umana. Paradossalmente, per quanto anacronistiche, banali e a volte persino perverse ci possano apparire le istituzioni e le leggi prospettate da Platone nella sua Repubblica, rimane inalterato il senso più vero e profondo su cui esse si fondano: l'uomo come Ragione e la Ragione come uomo. E si badi bene che, in quest'ultima espressione, non v'è alcunché di hegeliano, trattandosi non di un rapporto circolare, ma di una assoluta identificazione. Il comunismo di Platone, così, pur nella sua ingenuità, è superiore a quello di Marx. Esso rappresenta inevitabilmente un classico senza tempo, proprio perché si basa su una idea metatemporale e metaspaziale: l'ontologia del Pensiero e la sua identificazione con l'Essere e l'essere uomo. Anche il nemico filosofico per eccellenza di Platone, ovvero Friedrich Nietzsche, colui che obietta col martello a tutto l'armamentario razionalistico di Socrate, che assurge a massima espressione proprio nel suo discepolo, finisce col ricondurre l'uomo, contro ogni evoluzionismo e vuoto meccanicismo, alla irriducibilità della Volontà, unico vero in sé capace di essere ad un tempo fuori dalle cose e nelle cose stesse. Un concetto questo che, spesse volte equivocato, ha indotto a porre il filosofo della Volontà di Potenza o come ispiratore del massimo arbitrio (nazista) o come epigono del primato della Necessità, manifestazione filosofica di una presunta incapacità inconscia di affrancarsi da vecchi schemi metafisici. La Repubblica di Platone, dunque, prendendo corpo dalla prometeica identificazione dell'uomo col fuoco della Ragione, è realizzabile proprio in virtù del suo affrancarsi, in nuce, da ogni catena che non sia quella del Puro Pensiero, che rappresenta la Vera Necessità di ogni uomo. E uno Stato in cui il Bene delle istituzioni, il loro Fine Ultimo coincida con quello di ogni singolo uomo, dove la Libertà del Tutto e la Libertà di ciascuno sono sostanzialmente un tutt'uno, non può essere sentito e vissuto dagli uomini come una costrizione, ma, al contrario, come la massima esaltazione del proprio essere, della propria natura. La socialità, in sostanza, il vivere in comune verrebbe percepito come la massima espressione di se stessi, e dunque come un sentire gioioso. Guardiamo, invece, alla società contemporanea, a quella palese insofferenza di ciascun individuo rispetto a qualsivoglia sistema di regole, all'idea stessa di far parte di una organicità. Tutto è improntato alla disgregazione, in nome di un individualismo che, lungi dal rappresentare la manifestazione della natura umana, finisce con l'omologare i singoli individui ad un paradossale modello di "individuo" che annienta ogni autentica volontà individuale; e la annienta sul nascere in quanto quell'individualismo è il frutto di quel disaggregante tutti contro tutti, determinato dalla necessità capitalistica di portare gli uomini a competere gli uni contro gli altri. E questo paradosso, ovvero di una organizzazione sociale imperniata sull'opposto istinto della disgregazione, è la conseguenza di una società basata sull'idea antitetica a quella su cui Platone fonda la propria visione dello Stato: l'idea secondo cui non la Ragione, non il Sapere, non la Ricerca, ma il mero istinto biologico della sopraffazione rappresenta il fine del vivere sociale. E così, nella società contemporanea, ci sono certamente tanti individualismi, ma si tratta di individualismi assimilabili all'animalità, con restrizioni e limiti biologici (meccanicistici) imposti da una seconda natura, quella sociale. Tuttavia, a differenza degli animali, e proprio perché la loro Natura rivendica inconsciamente l'opposto, gli uomini vivono con grande sofferenza queste limitazioni biologiche, arrivando ad ammalarsi gradualmente e ad entrare nel vortice del Nichilismo, di un desiderio di disgregazione sia del corpo sociale che del proprio. Quello che vediamo, in sostanza, è un mega circolo vizioso inerente una società i cui principi aggreganti posano sull'istinto della disgregazione di qualsivoglia ordine sociale, nonché sull'annichilimento del desiderio stesso di porsene uno, e questo perché non il Fine per cui l'uomo è nato viene perseguito, ma il mezzo che si dovrebbe usare per raggiungerlo. Un rovesciamento già messo ampiamente in evidenza, con tutti i limiti ontologici ricordati sopra, da Karl Marx. Persino quegli elementi residuali attorno ai quali gruppi di individui cercano di associarsi si palesano in realtà disgreganti e persino distruttivi, come la droga, l'alcool e la pornografia. E questo perché il perseguire di queste chimere è solo la perversa manifestazione di un impedimento psicologico, un perverso adattamento sociale ad una situazione insostenibile, alla stregua di quelle nevrosi individuali messe in evidenza dall'analisi freudiana. Bisogna riabituare l'uomo a camminare sui propri piedi, ma partendo da quell'elemento irriducibile che è la Ragione, ovvero l'io, ovvero il suo autentico essere. Fino a quando non si comprenderà questo, ogni tentativo di soluzione o rimedio, come ad esempio il comunismo, è destinato inesorabilmente a fallire, perché non affrancato ancora dall'idea profondamente errata di una coincidenza assoluta tra l'uomo e la Natura da cui proviene. In questo senso, il comunismo ha rappresentato un meccanicismo in sostituzione di un altro meccanicismo. E questo varrebbe per ogni concezione socio-politica incapace di liberarsi da quell'errore ontologico di fondo. George Orwell ha ben messo in evidenza, nella sua grandiosa opera intitolata "1984", meglio conosciuta come il romanzo de Il Grande Fratello, il pericolo imminente del consolidarsi di una struttura sociale che meccanicamente perpetui se stessa, dove il Potere, sfrondato di ogni attributo materiale in cui prima si alienava, a cominciare dal danaro, si presenti nella sua purezza, con la mera finalità di autorigenerarsi, alla stregua di una specie biologica il cui unico interesse è il perpetuarsi indeterminatamente ed inconsapevolmente nel tempo e nello spazio, indipendentemente dalla volontà degli individui in cui si manifesta. In sostanza, l'uomo rischia, dopo essere un giorno emerso, attraverso quel salto quantico, dalla specie di cui pure faceva e fa parte, affrancandosene come Coscienza, di ritornare al punto di partenza, con la differenza che questa volta la specie a cui potrebbe dover rispondere con istinto da animale sarebbe di tipo sociale, ovvero di un grado più alto. Finché la società umana sarà improntata all'istintualità e non alla Ragione, questo pericolo dovrà essere visto come un destino. Si potrebbe anche qui muovere un'obiezione, questa volta tanto forte e decisiva da poter essere considerata come la massima obiezione possibile: la Repubblica di Platone rappresenterebbe qualcosa di irrealizzabile proprio perché in essa verrebbe inibito ciò che di più ineludibile esisterebbe nell'uomo, ovvero l'istinto, quando invece in tutte le società storicamente determinatesi, per quanto in maniera quasi sempre impropria, questa essenzialità biologica non è stata inibita se non parzialmente. E non solo; a riprova della presunta primigenità degli istinti ci sarebbe il fatto che quando si è cercato di tenerli a bada oltre un certo limite, si sono manifestate grandi perversioni, come quelle nevrosi che colpiscono singoli individui repressi. In realtà, le cose stanno all'opposto, perché è proprio nella società ideale che gli istinti verrebbero fatti esprimere nella loro essenzialità, mentre nei sistemi sociali storicamente sviluppatisi, essi vengono controllati e deviati per ragioni di potere. Basta prendere come esempio i due istinti più ineludibili dell'uomo, quello della fame e quello sessuale. Partiamo da quello della fame. E' vero o non è vero che l'istinto della fame, tanto ineludibile da essere legato alla stessa sopravvivenza della specie umana, è stato sempre usato dal potere come una leva per controllare e deviare le scelte dei popoli attraverso uno scientifico depauperamento delle masse, restringendo al minimo gli ambiti entro cui esse potessero soddisfarlo, e tutto questo allo scopo di renderle facilmente ricattabili, offrendo come briciole di salvezza ciò che invece spetterebbe loro di diritto, in cambio di sostegno politico e sociale?! Chi non ha sentito affermare da eminenti scienziati il fatto che, grazie alle biotecnologie agricole, potrebbe essere sfamata una popolazione due volte più grande di quella che oggi soffre la fame solo se si decidesse di promuovere piani di riconversione agricola di territori inariditi dall'uomo o dalla natura?! Perché non si adottano queste misure incontestabilmente possibili?! La risposta a queste domande è unica ed è già stata data sopra, come già è insita nel modo in cui si sta evolvendo la società mondiale. Prendiamo, adesso, come secondo esempio, l'istinto della sessualità. Nelle società storiche il sesso è stato usato, per la sua natura di regolare l'equilibrio energetico all'interno del corpo e della psiche, o in senso inibitorio o come atto di sfogo, a secondo della natura del corpo sociale da suggestionare, e mai indotto ad incanalarsi secondo vie naturali. Orwell, brillantemente e con grande capacità suggestive, espone tale questione nell'opera già menzionata. Il vertice della specie socing, l'anonima ed indeterminabile classe al potere, asseconda gli istinti sessuali del popolo, ormai ridotto a mera passività e povertà, inducendolo ad una rozza pornografia, mentre, all'opposto, inibisce ferocemente la libido negli esponenti della sua stessa classe dirigente, ovvero del partito, rendendo isteriche le loro menti, fino a portarle all'ossessione, con lo scopo di deviare quel crescente fiume in piena di energie psichiche contro fantomatici nemici interni ed esterni, evitando così il sorgere di qualunque consapevolezza autenticamente critica, foriera di possibili scenari rivoluzionari. Nella Repubblica di Platone, invece, questi due istinti primordiali, come qualunque altro, verrebbero soddisfatti per quello che semplicemente sono, secondo la loro più intima natura. L'istinto della fame sarebbe soddisfatto come semplice e pura necessità di sfamarsi; e alla stessa stregua l'istinto sessuale, ovvero come semplice soddisfacimento del desiderio libidico in sé, con i tempi e i modi dettati dalla natura intrinseca dell'uomo, senza forme di adattamento deviate, ma solo assecondando quelle legate inevitabilmente al progresso tecnologico, con le relative strutture sociali e i conseguenti diversi approcci di ciascun individuo verso l'altro, e comunque sempre al servizio di se stessi, ovvero per la propria utilità e libertà d'espressione. E quello che vale per gli istinti, anzi rimanendo sostanzialmente nel loro ambito, vale per tutte quelle determinazioni di tipo morale ed etico, che si possono riassumere sotto la voce di costumi. Nelle società storicamente determinatesi, noi vediamo il sorgere, l'evolversi - e talvolta lo sparire - di categorie di pensiero che caratterizzano, in un senso positivo o negativo, intere epoche: il maschilismo, il femminismo, la transessualità, e, più in generale, l'affermazione di parziali visioni della vita, proprie di popoli in auge, con l'inevitabile svilupparsi di forme di razzismo verso quelle di realtà minori o minoritarie. In sostanza, si verifica l'affermarsi di determinate concezioni sociali e politiche con la conseguente fittizia divisione in ciò che sarebbe giusto e ciò che sarebbe sbagliato, con l'occultamento delle vere ragioni sociali e psicologiche alla base di quelle stesse forme di pensiero. Anzi, l'evoluzione sociale, con tutte le sue categorie etiche e morali, si identifica proprio con quell'occultamento, è storia di quell'occultamento stesso e della deviazione degli istinti, prima innalzati ad assolutezza, e poi controllati nel loro manifestarsi, così come avviene, nella evoluzione della sua coscienza, in un nevrotico. Esemplare quella concezione della "banalità del male" che Hanna Arendt espone nell'omonimo libro, suggestionatale dalle testimonianze dei carnefici durante il processo allo stato nazista. Per l'autrice era stato agghiacciante l'aver individuato solo futilità nelle ragioni alla base di azioni tanto malvage. Alla coscienza della filosofa quegli orrori si rivelavano tanto più terrificanti quanto più le si palesava il fatto che in realtà essi fossero stati perpetrati senza alcuna ragione apparente. Ed è proprio questo che si è verificato nelle società che si sono finora sviluppate storicamente e materialmente, tanto riguardo alle cose di poco conto quanto a quelle più profonde. Soffermiamoci per un attimo, rimanendo in tema, su quei tanti giovani che oggi abbracciano il nazismo e l'antisemitismo. In realtà essi, come appare evidente nell'ascoltarli, non sanno assolutamente nulla delle ragioni storiche che sono alla base dell'uno come dell'altro, al punto che sarebbe finanche superfluo chiedere loro conto di quelle scelte. In parole povere, anche la banalità del male, in tutte le forme con cui si manifesta, come l'assoluta inconsistenza valoriale, intellettuale e persino fattuale di cui è intrisa, ha come suo fondamento quel necessario adattamento dinamico degli istinti deviati dal loro corso naturale per ragioni di sopraffazione. Capita, in sostanza, come conseguenze incontrollabili, che residui di quegli adattamenti si cristallizzino in mode orribili e senza un senso apparente. Alla luce di quanto evidenziato sopra, non deve sorprendere la circostanza che, per quanto le costituzioni dei singoli paesi recepiscano principi sociali e statali che sembrano provenire, nella loro sostanza, da quello scopo universale che è proprio dell'uomo, nei fatti le società deviino costantemente da quelli, andando nel senso opposto. Ciò è il risultato di un conflitto, in seno alla coscienza dell'uomo, tra una Natura Razionale che vorrebbe affermare se stessa e la costante deviazione dal suo corso ideale, con la conseguenza di perdersi nei complessi meandri di una società estranea alla sua essenza, finendo per assecondare quella animalità che gli è più immediata. In tale ottica va inquadrata la dilagante crescita ed affermazione della criminalità organizzata, la quale finisce paradossalmente col rappresentare l'elemento maggiormente conforme a quella deviata forma di rapporti sociali fondata sulla sopraffazione. Ciò che vale per gli esempi appena messi in evidenza, come quello classico del nazismo, vale per tutte le forme d'espressione culturale, da quelle legate alla sessualità - maschilismo, femminismo, omofilia - fino all'arte, alla politica ecc. ecc. Non che nella Repubblica di Platone non ci sarebbero categorie ideali e sociali, in sostanza i cosiddetti costumi, ma questi rappresenterebbero semplicemente il normale, e non deviato, adattamento sociale dei cittadini al progresso tecnologico e alle conseguenti diverse forme di convivenza che ne scaturirebbero. Ad esempio, a scopo di chiarimento, nella Repubblica di Platone l'omosessualità non rappresenterebbe né un bene né un male, ma solo un normale approccio alla vita, che potrebbe persino divenire la forma sessuale preminente in un'epoca in cui la procreazione divenisse del tutto artificiale. La stessa cosa nei rapporti di forza tra donne e uomini; nessuna preclusione di partenza per un ruolo della donna assolutamente paritario al cospetto degli uomini. Emblematico, in tal senso, il fatto che la Repubblica di Platone, già nella sua forma originaria, come cioè prospettata nell'omonima opera del filosofo, mostri di privilegiare una sostanziale parità nei rapporti tra i due sessi. E' assolutamente ovvio che anche nelle forme sociali che si sviluppano storicamente, questi tipi di emancipazione si vadano affermando, ma è pur sempre vero, come messo in evidenza prima, che questi scenari si evolvono sempre secondo adattamenti sociali di una perversione immanente, che vede costantemente la sopraffazione di un gruppo di potere sul resto. E così, non solo assistiamo a guerre ideologiche di ogni tipo, frutto del mero adattamento dinamico e non di una autentica consapevolezza rispetto alle idee che si sbandierano, delle varie necessità reali che vanno affermandosi, ma anche allo svilimento di quegli stessi valori, che vengono vissuti perversamente come mode e non come semplici espressioni di vita sociale. In sostanza, anche quando queste idee sono improntate ad un profondo senso umano e ad una suggestione di sana socialità, proprio nel loro schematizzarsi come mode, perdono la loro essenza più veritiera, quella di rappresentare solo ed unicamente dei sani adattamenti sociali, idonei allo sviluppo del singolo individuo e dello stato. E tutte queste idealità, alla fine, si perdono in quel buco nero che inesorabilmente le attrae a sé; quel potere senza volto e meccanicistico che perpetua se stesso come specie. Alla Volontà autentica che risiede nel profondo di ciascun uomo, ovvero quella del desiderio di Conoscere il mondo, e dunque se stessi, si sostituisce una volontà terza, fredda e meccanica, che l'uomo ha partorito dentro di sé nella storpiatura di porre gli istinti alla base del proprio vivere, rendendola un mostro incontrollabile fino al punto di alienarvisi inconsapevolmente. Una volontà terribilmente estranea che assomiglia tanto a quella di cui parla Schopenhauer, che forse inconsapevolmente aveva avvertito questo pericolo senza saperlo tuttavia cogliere nel terreno sociale da cui era nato, come potere politico, finendo così per innalzare quella volontà addirittura a volontà del mondo stesso, coincidente con quello.

Veniamo, adesso, al progetto di realizzazione della Repubblica di Platone. Premettendo che occorreranno decenni per vederne almeno il primo costituirsi, con la conseguenza che molti di noi potrebbero esserne solo degli ispiratori, come lo furono Marx ed Engels, nel loro "Manifesto", relativamente alla società comunista, o rappresentarne al massimo dei pionieri, dando vita alla sua prima forma reale, lo Stato Ideale Platonico potrà essere realizzato solo percorrendo due strade, delle quali solo i primi passi sono in comune:

1) La strada apparentemente meno problematica, consistente nel raccoglierci come un popolo ideale che dovrà poi trovare il luogo fisico in cui trapiantare la Repubblica, alla stregua di come avvenne per la creazione dello Stato di Israele. Ciò prevede il succedersi di tre momenti intermedi: a) la crescita di una comunità attraverso internet, b) il consolidamento della stessa attraverso la nascita di sedi fisiche in cui frequentarsi e produrre tutta la documentazione ideale e programmatica necessaria, e c) la realizzazione di uno stato embrionale sul tipo di una comunità francescana, con tutti gli inevitabili limiti di autonomia e di tecnologia.

2) La strada certamente più difficile, che potremmo definire emblematicamente come orizzonte metastorico, e che ha in comune con la prima solo i due momenti iniziali. Essa prevede la diffusione universale, attraverso una lenta, certosina e faticosa opera di educazione dei singoli individui, di quell'idea, presente di per sé in quel popolo primigenio della prima strada, secondo cui quell'orizzonte temporale e spaziale, a cui abitualmente sacrifichiamo la nostra essenza di uomini, debba essere ricondotto al suo ruolo meramente formale, ovvero come il palcoscenico sul quale dobbiamo rappresentare la nostra essenza più profonda. Quell'orizzonte fisico e sociale deve consistere in una mera attuazione, per dirla con Aristotele, della autentica potenza che risiede nell'essere umano. Ciò che deve diventare forma, ovvero società, deve essere, dunque, quella potenza che l'uomo veramente è: la Ragione.


Giuseppe Albano

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